Categoria: TG Vet

  • Il prurito nel gatto

    Il prurito nel gatto

    Il prurito nel gatto è un frequente sintomo che viene spesso sottovalutato dai proprietari perchè si manifesta solamente con un eccessivo leccamento e auto-toelettatura e il proprietario può non notarlo finchè sul mantello non si creano delle vere e propri lesioni.
    Per identificare la causa del prurito è necessario un iter diagnostico preciso e completo in cui la compliance del proprietario svolge un ruolo fondamentale:
    ANAMNESI cioè la raccolta dei dati, è importantissima per acquisire dati circa

    • lo stile di vita del gatto, il possibile contatto con altri gatti o altri animali puà rappresentare un fattore di rschio per malattie funginee e parassitarie
    • animali conviventi che possono avere sintomi simili. E’ importante anche sapere se qualcun dei famigliare ha problemi cutanei perchè questo potrebbe far sospettare una micosi
    • trattamenti antiparassitari devono essere annotati il nome del prodotto e la frequenza con cui i trattamenti devono essere fatti
    • età di insorgenza del problema, in gattini mostrano una maggior predisposizione per la malattie parassitarie e funginee
    • alimentazione, sapere cosa mangia il gatto e se sono stati fatti cambi alimentari nell’ultimo periodo
    • stagionalità della patologia può far sospettare un problema allergico stagionale 
    • risposta a precedenti terapie soprattutto con glucocorticoidi può indirizzare verso un problema allergico
    ESAME OBIETTIVO GENERALE permette di valutare lo stato di salute del gatto e le eventuali patologie concomitanti
    ESAME DERMATOLOGICO in cui il mantello dell’animale viene esaminato in modo accurato alla ricerca di qualunque anomalia.

    Nel corso della visita dermatologica vengono eseguiti numerosi test quali:
    – spazzolatura del mantello con raccolta di materiale
    – raschiato cutaneo per rilevare la presenza di acari
    – esame tricoscopico per valutare anomalie dei bulbi o peli spezzati compatibili con l’autotraumatismo
    – esame citologico di preparati microscopici derivanti da croste, pustole o placche
    – esame colturale per la ricerca di miceti
    – test sierologici per confermare un problema allergico

    Le possibili diagnosi differenziali del prurito nel gatto sono: 
    – ectoparassiti come pulci a acari
    – problemi allergici alimentari o ambientali

    Prossimamente torneremo a parlare del prurito vedendo quali sono le possibili soluzioni e terapie, se intanto hai bisogno di un consulto non esitare a contattarci al numero 337-200200 


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  • Malattia degli Occhi Gonfi Del Canarino

    La Malattia degli occhi gonfi del canarino, chiamata anche Sinusite Infraorbitale del Canarino (SIC), si manifesta con una tumefazione a livello periorbitale mono o bilaterale che determina nei soggetti in avanzato stadio, una deformazione della testa.

    Un piccolo accenno di anatomia può aiutare a comprendere il meccanismo di insorgenza della malattia. L’orbita degli uccelli, a differenza di quella dell’uomo, è incompleta e comunica direttamente con i seni paranasali (strutture ossee, di pertinenza dell’apparato respiratorio), quindi infezioni delle alte vie respiratorie, possono essere responsabili di patologie orbitali o oculari secondarie.

                                                                                    sinusite-infraorbitale-del-canarino

    La causa è da imputare a infezioni batteriche delle alte vie respiratorie che portano ad accumulo di pus denso oltre che nei seni paranasali anche sotto le palpebre superiore e inferiore determinandone un loro ispessimento.

    I primi sintomi rilevabili sono rappresentati da una leggera congiuntivite mono o bilaterale, l’occhio leggermente socchiuso e le palpebre leggermente aumentate di volume.

    Questa sintomatologia si rende maggiormente evidente nei giorni successivi attraverso l’imbrattamento delle piume presenti nella regione perioculare; in questa fase il soggetto si presenta in ottime condizioni generali, e presenta una intensa attività di strofinamento del capo sul posatoio.

    dopo un periodo variabile tra i 7 e i 21 giorni, è possibile evidenziare una tumefazione turgida e arrossata  sotto orbitale. La lesione aumenta costantemente di volume e diviene dura, indolore e di colorito giallastro. In alcuni casi può circondare tutto l’occhio estendendosi anche alla regione sopra orbitale.

    I soggetti colpiti possono avere difficoltà nella deglutizione e in rari casi possono andare incontro a morte per inanizione, a causa della ridotta capacità di assunzione di alimento.

    Se noti uno di questi sintomi rivolgiti a un medico veterinario specializzato in animali non convenzionali.

    Lo Staff della Clinica Borgarello

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  • Il Letargo Delle Tartarughe

    Il letargo per le tartarughe è molto importante: ha un’azione benefica sulla salute, sul metabolismo e sulla riproduzione.

    Le tartarughe per mantenere la loro temperatura corporea dipendono dal calore del sole. Durante la stagione invernale, nei climi temperati, il sole non è più sufficiente a fornire calore per permettere alla tartaruga di svolgere le sue normali attività, per cui questi rettili vanno in letargo (od ibernazione), uno stato di torpore simile al sonno profondo.

    Durante il letargo il metabolismo rallenta: scendono la temperatura corporea, la frequenza cardiaca e respiratoria e si riducono l’attività dell’apparato gastro-enterico e del sistema immunitario.

    Solo le tartarughe in buona salute possono essere lasciate andare in letargo. Animali malati, debilitati o sottopeso dovrebbero essere mantenuti al caldo anche in inverno, altrimenti il letargo per questi soggetti potrebbe essere fatale. Inoltre non tutte le specie di tartarughe vanno in letargo, ad esempio molte provenienti dal Nord Africa.

    Letargo tartarughe - 2

    Tre-quattro settimane prima del letargo deve cessare l’assunzione di cibo in modo che si verifichi uno svuotamento completo del tratto digerente prima di questo stato di torpore, altrimenti il cibo non venendo più assimilato potrebbe andare incontro a putrefazione portando anche a morte l’animale. L’acqua invece va lasciata a disposizione.

    È molto importante la temperatura ambientale durante il letargo: dovrebbe essere di circa 4-5°C. Temperature inferiori ai 2 °C possono già essere pericolose, sotto lo 0°C si può verificare congelamento dei tessuti e morte dell’animale. Al contrario, temperature superiori ai 10°C possono far risvegliare la tartaruga. L’ideale sarebbe disporre di un termometro per poter sempre controllare la temperatura.

    La durata del letargo in natura sarebbe molto variabile, in base al clima ed alla latitudine. Per gli animali in cattività si può decidere la durata in base all’età ed allo stato di salute. La durata complessiva del letargo comunque non dovrebbe superare le 20 settimane.

    Per ogni mese di ibernazione una tartaruga perde circa l’1% del proprio peso corporeo. E’ fondamentale dunque controllare il peso in modo da poter intervenire tempestivamente in caso di un rapido ed anomalo decremento.

    Il letargo può avvenire al chiuso oppure all’aperto.

    Per permettere l’ibernazione a tartarughe normalmente tenute al chiuso si possono utilizzare due contenitori, uno dentro l’altro. Quello più interno dovrebbe essere poco più grande della tartaruga e può essere una scatola di cartone o di polistirolo con piccole aperture per il passaggio dell’aria. Questa scatola va riempita con materiale isolante come paglia, foglie secche o pezzi di giornale e poi va inserita in un contenitore più grande. Lo spazio tra i due deve essere riempito con altro materiale isolante. La stanza dove mettere questo rifugio artificiale dovrà avere una temperatura costante per tutto il periodo invernale. Durante il letargo al chiuso è consigliabile ispezionare la tartaruga una volta al mese, facendole fare un bagno in acqua tiepida per permetterle di bere, e pesarla per monitorare il decremento di peso. Se la tartaruga appare sana si rimetterà in ibernazione, altrimenti in caso di segni di malattia sarà opportuno interrompere il letargo.

    Le tartarughe allevate all’aperto ridurranno gradualmente in maniera autonoma l’assunzione di cibo con l’avvicinarsi dell’autunno. Quando la temperatura scenderà particolarmente inizieranno a scavare nel terreno per interrarsi. Il vantaggio di questo tipo di letargo è la maggior vicinanza alle condizioni naturali, ma i rischi sono legati ad inverni troppo miti o troppo rigidi, all’attacco di predatori, a eventuali inondazioni ed alla difficoltà di ispezioni regolari.

    Letargo tartarughe - 1

    Una via di mezzo tra il letargo al chiuso e quello all’aperto è il letargo controllato all’aperto. Questo metodo consiste nel lasciare andare le tartarughe spontaneamente in letargo, ma in un apposito rifugio all’aperto costruito con materiali resistenti ed isolanti. Tutti gli ingressi dovranno essere ben chiusi per impedire l’attacco da parte di predatori, mentre si potrà lasciare una tettoia apribile per poter ispezionare degli animali. L’interno dovrà essere imbottito con terriccio e foglie secche, per permettere agli animali di interrarsi.

    Prima e dopo il letargo è consigliabile far eseguire un’accurata visita alla propria tartaruga da un veterinario esperto in rettili, per valutare peso e stato di salute.

    E per le tartarughe d’acqua???

    Per le tartarughe d’acqua il discorso è molto simile a quanto detto finora. Solo soggetti in buono stato di salute e non tutte le specie devono essere fatte ibernare.

    Anche per loro il letargo può avvenire all’aperto oppure al chiuso.

    All’aperto ad esempio in un laghetto in giardino con una profondità superiore a 60 cm, dove l’acqua non ghiacci. Ogni giorno la superficie del laghetto andrebbe controllata in modo da romperla tempestivamente in caso di congelamento.

    Per le tartarughe allevate al chiuso bisognerà ridurre gradualmente la temperatura, le ore di luce ed il cibo fino ad eliminarlo completamente due-quattro settimane prima dell’ibernazione. Poi la tartaruga verrà posta in un contenitore di plastica poco più grande dell’animale con uno strato di acqua. Il contenitore andrà poi posizionato in un locale freddo con una temperatura tra 5 e 10°C per 2-4 mesi. Una volta al mese potrà essere eseguita un’ispezione dell’animale pesandolo, pulendolo dalla patina algale e cambiando l’acqua.

    Letargo tartarughe - 3

    Articolo a cura dello Staff della Clinica Veterinaria Borgarello
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  • Perchè il mio cane zoppica?

    Perchè il mio cane zoppica?

    Perché il cane zoppica? Uno dei motivi principali delle visite ortopediche veterinarie è dato da una zoppia.

    I cani zoppicano per molte ragioni, ma la causa risiede nel fatto che n on vuole o non può appoggiare il peso su quel determinato arto.
    Vediamo insieme quali sono le 15 cause della zoppia nel cane.

    1. Esercizio esagerato: è risaputo che i cani non si risparmiano e possono esasperare l’esercizio fisico fino ad ad avere dei risentimenti muscolari nei giorni successivi.
    2. Corpi estranei nelle zampe: considera che il cane non ha le scarpe, cammina a piedi nudi. Un corpo estraneo può infilarsi tra i polpastrelli: spine, pietre ecc… Controlla sempre attentamente i polpastrelli in caso di zoppia.
    3. Problemi alle unghie: unghie troppo lunghe o eccessivamente consumate possono causare dolore o infezioni. Fai controllare regolarmente la lunghezza e lo stato di salute delle unghie.
    4. Punture di insetto o morsi di altri animali: sia che venga morso da un suo amichetto al parco o che sia punto ad esempio da un’ape il sintomo più evidente sarà una zoppia.
    5. Vecchie cicatrici: alcune zoppie sono l’esito di interventi chirurgici pregressi che hanno lasciato qualche strascico. Le fratture, sopratutto quelle articolari possono lasciare delle zoppie per lunghi periodi.
    6. Infezioni causate da ferite, unghie incarnite, tagli ecc…
    7. Infortuni: l’intensa attività può causare stiramenti e contusioni, generalmente compaiono improvvisamente durante l’uscita al parco. Regrediscono in 24 ore.

    8. Lussazione della Rotula: nei cani di piccola taglia è una causa molto frequente di zoppia. Si tratta di una patologia congenita (presente alla nascita e può aggravarsi nel primo anno) che richiede una corretta diagnosi e una correzione chirurgica.
    9. Rottura del Legamento Crociato Craniale: è una delle cause più frequenti di zoppia improvvisa e grave dell’arto posteriore; si manifesta in modo acuto in seguito ad esercizio. La causa sottostante è di natura degenerativa, il trauma è solo l’evento finale. Richiede un trattamento rapido perché lo sviluppo di artrosi a livello del ginocchio è rapido.
    10. Displasia dell’anca o del gomito: evenienze non rare, ereditarie che si manifestano nel primo anno di età. Una diagnosi precoce permette di affrontare e risolvere il problema, leggi: Quando fare diagnosi di displasia
    11. Displasia del gomito (vedi punto sopra)
    12. Osteoartrosi: nei cani anziani anziani spesso ci troviamo a dover gestire forme di artrosi che si sono aggravate nel corso della vita del cane. Un aiuto a lungo termine è doveroso per permettergli di muoversi senza dolore. Oggigiorno abbiamo molte armi a disposizione per combattere l’artrosi.
    13. Fratture: è evidente che una gamba rotta causa zoppia, l’intervento del veterinario è urgente e sicuramente necessario.
    14. Cause neurologiche: esistono situazioni in cui le ossa e i muscoli non sono danneggiati ma la zoppia è presente, la cause neurologiche rappresentano una piccola fetta di problemi che possono manifestarsi con zoppia o andature non corrette.
    15. Neoplasie ( tumori ): a volte, purtroppo, la causa è da ricercare in forme tumorali, questo accade sopratutto nei cani di taglia grande o gigante.

    Se il tuo cane zoppica non esitare a contattare la Clinica Veterinaria Borgarello, noi siamo sempre al tuo fianco: 337200200

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  • Ruolo dell’Alimentazione nel Monitoraggio del Gatto Allergico

    In caso di sospetto di un allergia alimentare l’unico modo affidabile di diagnosi e di prevenzione nei confronti di recidive è un ‘trattamento alimentare’.

    L’ identificazione di un‘allergia alimentare richiede 3 fasi essenziali:
    1- valutazione nutrizionale consistente nell’oggettivare lo stato fisiologico, l’attività, il peso, e le eventuali patologie dell’animale. Questo permette di conoscere le abitudini alimentari e l‘anamnesi nutrizionale del gatto: alimenti già consumati, modifiche recenti, associazione del consumo di un certo alimento con la comparsa di prurito o di diarrea, ecc. Questo primo passo di valutazione nutrizionale consente di determinare le esigenze degli animali e di controllare che i fabbisogni siano coperti.
    2- la messa a fuoco di una dieta a eliminazione. Lo sviluppo di una dieta a eliminazione si può effettuare scegliendo tra:
    – Dieta casalinga. Se ben formulata permette di coprire tutti i fabbisogni nutrizionali tra cui minerali, vitamine e acidi grassi essenziali
    – Dieta industriale
    Indipendentemente dalla scelta, da valutare accuratamente con il proprio Veterinario è fondamentale garantire una copertura delle esigenze nutrizionali del paziente. Le carenze sono spesso sotto diagnosticate e possono portare a vari disturbi (cutanei, renali, digestivi, urinari). Una volta stabilita la dieta a eliminazione si dovranno organizzare dei monitoraggi. Qualsiasi alimento venga ingerito, anche in piccole quantità, deve essere preso in considerazione.
    3- la realizzazione di un test di provocazione che consente di ricercare alimenti ai quali il gatto è allergico.

    allergia-gatto

    Una volta stabilita la causa dell’allergia e identificato l‘allergene a lungo termine è necessario scegliere un alimento equilibrato e tollerato che non contiene l’ingrediente o gli ingredienti a cui l ‘animale è allergico.
    L’ allergia si può dimostrare solo con il test di provocazione. Nutrire il gatto in forma accettabile e coprire tutte le esigente nutrizionali sono la regola. Le transizioni alimentari devono essere sempre graduali. Il valore aggiunto del veterinario è dato dalla prescrizione che indica la quantità giornaliera, il numero dei pasti, la necessità di eventuali integratori alimentari minerali o vitaminici e i nomi degli alimenti. La gestione del singolo deve essere globale: talvolta un gatto affetto da un‘altra malattia potrebbe avere la necessità di un aggiustamento della razione ed è per questo motivo necessario chiedere consiglio ad uno specialista.


    Articolo a cura dello Staff della Clinica Veterinaria Borgarello
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  • La Malocclusione Nel Cane

    La malocclusione è un’anomalia della posizione dei denti e può derivare da discrepanze della lunghezza o larghezza delle basi ossee che sostengono i denti, dall’errato posizionamento dei denti o da una combinazione di entrambi i fattori. Può essere congenita o acquisita e dal punto di vista clinico può dare origine a disturbi di vario tipo e/o dolore.
    Con occlusione dentale, invece, si indica il modo in cui i denti normalmente si connettono tra di loro. L’occlusione ideale del cane può essere descritta come un’interdigitazione perfetta dei denti mascellari e mandibolari. La forma della testa influenza la posizione dei denti (vedi http://tgvet.blogspot.com/2013/01/locclusione-dei-denti.html per i tipi di conformazione del cranio nei cani).
    In alcuni casi la malocclusione rappresenta la causa diretta di una grave patologia orale; di conseguenza è importante la diagnosi precoce di malocclusione, al fine di porre in atto tempestive misure preventive. Anche in medicina veterinaria l’ortodonzia si occupa della diagnosi e del trattamento delle malocclusioni, ma la presenza di grandi differenze tra le diverse razze e soggetti rende questo studio molto complesso (basta pensare alle differenze ad esempio tra un Dobermann e un Bulldog Inglese!).


    Una corretta occlusione è determinata da uno sviluppo muscolo-scheletrico adeguato e da un corretto posizionamento degli elementi dentali che sono regolati geneticamente. Quando si riscontra un’alterazione di occlusione, la componente genetica, e quindi anche ereditaria, deve essere presa in considerazione. Infatti la genetica determina la lunghezza iniziale della mandibola e della mascella, ma la crescita della mascella e delle ossa nasali risulta legata anche allo sviluppo dei denti. Ciò fa in modo che la lunghezza finale dell’osso mascellare superiore sia in parte su base ereditaria e in parte acquisita. Lo studio dell’ereditarietà dei difetti occlusivi è ancora in corso, ma viene comunque consigliata l’esclusione dalla riproduzione dei soggetti con malocclusione.

    Tra le cause acquisite di malocclusione le più frequenti sono i traumi maxillofacciali con lesioni dirette sulle strutture dentali e i tessuti ossei contigui o a carico dei tessuti molli.
    La valutazione dell’occlusione deve basarsi sull’osservazione di diversi aspetti, non solo esaminando il rapporto tra gli incisivi. Ci si basa su una classificazione adattata dalla medicina umana, usando come cane tipo quello di razza mesocefalica, come ad esempio il Labrador. In un’ occlusione normale vediamo che:
    • gli incisivi superiori sono tutti posizionati anteriormente ai corrispondenti denti incisivi inferiori o mandibolari. Le cuspidi degli incisivi inferiori devono prendere contatto con la superficie palatale degli incisivi superiori. Si parla quindi di morso a forbice.
    • il canino inferiore è posizionato nello spazio tra il canino e il terzo incisivo superiore, senza angolazioni anteriori o posteriori.
    • le cuspidi delle corone dei denti premolari si interdigitano con quelle dell’arcata antagonista, con un effetto a forbice seghettata. Le corone dei denti premolari e molari inferiori sono posizionate all’interno verso la lingua rispetto ai denti premolari e molari superiori.
    Per un’attenta valutazione dell’occlusione bisogna conoscere l’occlusione normale della razza in esame, descritta sempre dallo standard di razza.
    Nel caso vi siano alterazioni rispetto all’occlusione “tipo” dello standard di razza, potremmo classificare la malocclusione secondo le classi I-II-III.
    Malocclusione di prima classe: il rapporto tra le arcate dentarie mascellare e mandibolare è normale, ma uno o più elementi dentali sono mal posizionati (malocclusione dentale).
    1. Morso crociato anteriore: uno o più incisivi inferiori sono posizionati davanti agli incisivi superiori.
    2. Morso crociato posteriore: uno o più denti premolari o molari inferiori sono posti all’esterno rispetto ai premolari molari superiori.
    3. Morso a tenaglia (level bite o testa a testa): le superfici occlusali degli incisivi superiori sono a contatto con quelle degli incisivi inferiori (in alcune razze è un’occlusione normale). Il contatto testa a testa determina una rapida abrasione dello smalto e della dentina, con possibili patologie endodontiche e parodontiche degli elementi interessati.
    4. Vestiboloversione degli incisivi o dei canini inferiori: incisivi o canini mandibolari sono in posizione corretta ma con un’angolazione sbagliata.
    5. Linguoversione dei canini mandibolari: i canini mandibolari risultano perpendicolari e vanno a prendere contatto con il palato duro (palatizzazione) causando lesioni alla mucosa palatale. L’instaurarsi della linguoversione dei canini è correlabile a cause genetiche o alla persistenza dei canini da latte, ed è spesso riscontrabile in soggetti con enognatismo mandibolare (mandibola corta) o con base stretta della mandibola.
    6. Rotazione dentale: questo tipo di malocclusione è contraddistinta da una rotazione dei denti sul loro asse ed è frequente nei soggetti brachicefali (soprattutto il terzo premolare superiore).


    Le malocclusioni di seconda e terza classe riguardano alterazioni della conformazione e/o della crescita delle ossa mandibolari e mascellari (malocclusioni scheletriche).

    La malocclusione di seconda classe è determinata da alterazioni delle ossa mascellari, che possono risultare più lunghe (prognatismo mascellare) e/o mandibolari che risultano più corte. (brachignatismo mandibolare, o enognatismo). Tali anomalie morfologiche portano conseguentemente ad un alterato rapporto tra gli elementi dentali, gli incisivi superiori non entrano in contatto con quelli inferiori e i premolori mandibolari sono spostati distalmente rispetto a quelli mascellari.
    La malocclusione di terza classe è determinata da alterazioni delle ossa mascellari che possono risultare più corte (enognatismo mascellare) e/o mandibolari che risultano più lunghe (prognatismo mandibolare), con dislocazione in avanti dei premolari e molari inferiori rispetto ai superiori.
    Esistono anche malocclusioni inclassificabili, che non rientrano nelle tre classi già elencate, come il morso aperto (monolaterale o bileterale) e il morso deviato.
    La valutazione della malocclusione fa parte dell’esame obiettivo della cavità orale: bisogna conoscere l’occlusione normale riferita alla razza in esame e comprendere le cause e la patogenesi del problema per poter valutare attentamente l’iter preventivo/terapeutico, anche da un punto di vista etico, proponendo eventuali trattamenti solo in animali che presentino alterazioni funzionali con malessere e lesioni dolorose, e non per soli motivi estetici.
    Nel prossimo articolo descriveremo alcuni possibili trattamenti ortodontici utilizzati in medicina veterinaria per correggere la malocclusione.

    Articolo a cura dello Staff della Clinica Veterinaria Borgarello
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  • Lo sviluppo comportametale dei conigli e la socializzazione con l’uomo.

    Lo sviluppo comportametale dei conigli e la socializzazione con l’uomo.


    Il coniglio è una specie definita nidicola, ovvero i coniglietti appena nati sono nudi, con occhi e orecchie chiusi e incapaci di spostarsi da soli. Gli unici sensi funzionanti alla nascita sono il tatto e l’olfatto.
    Lo sviluppo dei coniglietti si verifica più velocemente rispetto ad altre specie nidicole: cominciano a sentire già ad una settimana di vita e ad aprire gli occhi a circa dieci giorni dalla nascita.
    A differenza di molte specie nidicole la coniglia non passa molto tempo nel nido con i suoi piccoli ma rimane giusto il tempo di allattare per 1-2 volte al giorno.
    I coniglietti neonati passano circa 22 ore al giorno a dormire nella tana stando molto vicini tra loro per mantenere stabile la temperatura corporea e si svegliano solo per mangiare e urinare.
    Durante i primi 11 giorni di vita i coniglietti prendono molto peso e inizia a formarsi la pelliccia per poter mantenere la temperatura corporea autonomamente. Sempre intorno agli 8-12 giorni dalla nascita cominciano a mangiare le feci lasciate dalla madre nel nido e cominciano quindi a costruirsi una buona flora intestinale e a riconoscere le piante da mangiare dall’odore che emanano nelle feci.
    La prima uscita dal nido si verifica di solito intorno alle due settimane di vita.
    Intorno alla terza settimana comincia lo svezzamento: i coniglietti iniziano a mangiare erba e piante finché, intorno alla 5-6 settimana la madre smetterà di nutrirli e lo svezzamento sarà concluso.
    Nei nostri conigli domestici le cure parentali spesso vanno oltre le sei settimane dalla nascita dei coniglietti e la madre arriva ad allattare fino al doppio delle volte rispetto alla coniglia selvatica.
    Come avviene quindi lo sviluppo comportamentale dei coniglietti domestici e quali sono gli errori da evitare?
    Il primo errore da evitare è di toccare i coniglietti e manipolare troppo il nido nelle prime tre settimane di vita. I conigli hanno un olfatto molto sviluppato e spesso un odore diverso nel nido può indurre la coniglia ad abbandonarlo o addirittura ad uccidere i suoi cuccioli.
    Il periodo che va dalle quattro settimane di età al terzo mese di vita è molto importante per la socializzazione interspecifica uomo-coniglio. In questo periodo bisognerà proporre ai coniglietti dei contatti frequenti e di buona qualità con l’uomo per permettere una buona socializzazione alla nostra specie e avere quindi delle buone relazioni coniglio adulto /proprietario in futuro.
    Il comportamento del coniglio può variare notevolmente dopo la pubertà. Nel periodo che la precede non presentano quasi mai comportamenti aggressivi ( se non durante il gioco) e spesso assumono un atteggiamento chiamato freezing (si immobilizzano e si irrigidiscono) se sottoposti a forti tensioni o a paura. In questa fase è importante non confondere il comportamento di freezing con un piacere al contatto con l’uomo. Spesso ,infatti, i coniglietti non apprezzano essere presi in braccio forzatamente , soprattutto se non vengono sostenuti gli arti, causando nel coniglio una sensazione di vuoto sotto le zampe.
    Un altra paura tipica del coniglio è l’incombere della figura umana dall’alto. Questo atteggiamento dell’uomo, infatti, mima il predatore (spesso rapaci) che catturano le loro prede in volo.
    Inoltre i conigli temono i rumori forti e improvvisi e i movimenti troppo veloci e a scatti. Si consiglia quindi di evitare toni di foce troppo alti e di muoversi lentamente in prossimità del coniglio.
    Subito dopo la pubertà (che comincia intorno a 3 mesi per il maschio e ai 4 per la femmina) compaiono i comportamenti legati alla sfera sessuale come il corteggiamento e la copula ( spesso rivolti verso il compagno umano) per il maschio e la pseudogravidanza per la femmina. In entrambi i sessi spesso si verifica un aumento della motivazione competitiva e territoriale che può portare a conflitti nella relazione con il proprietario. Solitamente per evitare le alterazioni comportamentali legate alla produzione ormonale e patologie dell’apparato genitale si consiglia la sterilizzazione sia nei maschi che nelle femmine.
    Risulta quindi importante lavorare in prevenzione, cercando di non commettere errori nelle prime fasi dello sviluppo comportamentale (fino ai 3-4 mesi) per evitare problematiche comportamentali nel coniglio adulto e ,se ciò non dovesse bastare, intervenire consultando un Medico Veterinario non appena il coniglio cominci a mostrare alterazioni del comportamento.

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  • Pericardiocentesi

    Pericardiocentesi

    Il versamento pericardico è l’accumulo di liquido all’interno del sacco pericardico.
    Quando la pressione del liquido all’interno del pericardio supera la pressione all’interno delle camere cardiache destre, il riempimento atrioventricolare destro e di conseguenza la gittata cardiaca sono ridotte. In questo caso si parla di tamponamento cardiaco, che rappresenta una condizione pericolosa che può portare a shock e morte del paziente.
    La velocità con cui si è formato il versamento e l’elasticità del sacco pericardico sono entrambi fattori che influiscono sull’evoluzione di un versamento pericardico in tamponamento cardiaco. Nel caso in cui il pericardio sia ispessito e poco elastico (pericardite costrittiva), si può andare incontro a tamponamento cardiaco con minime quantità di versamento.
    La pericardiocentesi è una manovra di emergenza quando si è di fronte a tamponamento cardiaco, non lo è quando il versamento non comporta alterazioni emodinamiche.
    Esistono situazioni in cui non è indicato effettuare una pericardiocentesi: la rottura atriale, l’avvelenamento da rodenticidi ed il sanguinamento attivo da parte di una massa.
    In questi casi la presenza del versamento all’interno del sacco pericardico impedisce un ulteriore sanguinamento ed è meglio non forare il sacco pericardico. In questi casi è necessaria una terapia di supporto finalizzata al controllo della pressione sistemica e della portata cardiaca sotto monitoraggio stretto.
    Non esiste una regola assoluta per effettuare una pericardiocentesi, cosi come per la toracocentesi e la centesi addominale.
    In alcuni casi non è possibile posizionare il paziente in decubito, o l’estrema emergenza non permette di effettuare tutti i passaggi che la tecnica corretta richiederebbe. L’importane in questi casi e effettuare la procedura in modo sicuro ed efficace.
    Il materiale necessario per la pericardiocentesi è: guanti sterili, 1 catetere 14-18G x 70mm (o ago 18G) su cui sono state create delle fenestrature mediante una lama da bisturi, lama da bisturi, due prolunghe (o due deflussori), un tre vie, una siringa da 20-50 ml, un contenitore per la raccolta, provette per il campionamento del versamento (1 EDTA, 1 batteriologico), lidocaina, materiale per lo scrub. Sono necessari due operatori.
    La tecnica più sicura per effettuare la pericardiocentesi è con il paziente posizionato in decubito laterale sinistro. L’accesso è dall’emitorace destro che deve essere rasato e disinfettato. Se si ha un apparecchio ecografico a disposizione sarà facile esaminare il torace e scegliere la migliore finestra.
    Nel caso in cui non si possa effettuare una centesi ecoguidata, la finestra ottimale è a livello del sesto spazio intercostale immediatamente dorsale alla giunzione costo-condrale.
    Dopo aver individuato il punto per l’introduzione del catetere è buona norma anestetizzare la parte mediante un bottone di lidocaina e poi scrubbare.


    Applicare il monitoraggio elettrocardiografico durante la proceduta permette di monitorare non solo la frequenza cardiaca del paziente, ma anche l’eventuale comparsa di ectopie ventricolari nel caso in cui l’ago sfiori il miocardio. L’introduzione del catetere deve essere immediatamente craniale alla sesta costa per evitare il fascio vascolo nervoso. L’introduzione deve essere ferma e decisa fino a circa metà della lunghezza del catetere, quando si vedrà il liquido di versamento salire nel catetere.
    Tappare con un dito il catetere e fare scorrere solo la parte in teflon mantenendo fermo in mandrino con l’altra mano. Sfilare velocemente il mandrino e connettere il catetere al deflussore.
    Drenare il versamento e collezionare i campioni necessari all’interno di provette sterili.
    Se la punta del catetere arriva a toccare il miocardio, arretrare lievemente e continuare il drenaggio.
    Tale evenienza non è comunque pericolosa con l’utilizzo del catetere perché la punta è morbida e non traumatica. Se non è possibile drenare completamente il versamento, la piccola quantità rimasta, fluirà nella cavità toracica attraverso il foro cha abbiamo creato nel sacco pericardico, e verrà quindi riassorbita.

    Articolo a cura dello Staff della Clinica Veterinaria Borgarello
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  • Artropatia Degenerativa o DJD (Degenerative Joint Desease)

    L’artrosi o artropatia degenerativa è una malattia a localizzazione articolare, che colpisce maggiormente i cani e i gatti in età avanzata; tuttavia la DJD è un’artropatia che può interessare l’animale di qualsiasi età, essendo una degenerazione più strettamente associata all’età biologica dei tessuti articolari che a quella del soggetto.
    Questa patologia è caratterizzata dalla degenerazione della cartilagine, con conseguente contatto dell’osso contro osso (bone to bone) all’interno o intorno alle articolazioni interessate, motivo del dolore.
    Sono colpite più frequentemente le grandi articolazioni come ginocchio e gomito in forma monolaterale o bilaterale ma talvolta viene riferita una diagnosi pregressa di displasia, osteocondrosi, deformità angolari o sublussazioni/lussazioni, oppure di un trauma, una neoplasia o di un’artrite infettiva/immunologica; altre volte il cane è semplicemente in sovrappeso o l’alimentazione è scorretta.
    Il sintomo più comune è un rallentamento nei movimenti, difficoltà ad alzarsi soprattutto la mattina o dopo un lungo riposo, dolore alla palpazione delle articolazioni affette, infine si possono notare anche cambiamenti di umore/aggressività dell’animale.
    Durante la visita ortopedica,  palpando l’articolazione affetta da djd si può percepire una tumefazione, più o meno dolente a seconda della gravità, percezione di calore dovuto alla sinovite. Se si provano ad eseguire movimenti passivi l’animale manifesta dolore, spesso è presente riduzione del ROM (range of motion) quindi della capacità di flettere ed estendere l’arto e possono venir percepiti dei crepitii.
    Si può procedere con uno studio radiografico che metterà in evidenza la sofferenza cartilaginea dell’articolazione colpita, ispessimento della capsula articolare e dei tessuti molli periarticolari, presenza di osteofiti (neoproduzione ossea) non accompagnata da osteolisi. Se il processo artrosico non è ancora particolarmente avanzato, potrebbe essere ancora visibile la patologia primaria che l’ha determinato (es. displasia, osteocondrosi, sublussazione, incongruenza articolare).

    Nella DJD l’approccio terapeutico può essere di tipo conservativo e medico. Si inizia con la limitazione/ottimizzazione dell’esercizio fisico ed il controllo del peso, si può proseguire o associare  terapie strumentali come la Laseterapia di cui si ricercano i benefici termici ed il PRP (Platelet Rich Plasma, Concentrato piastrinico). La terapia medica viene istituita solo in caso di necessità (dolore ,malessere) e non sulla base dei referti radiologici e prevede l’utilizzo di FANS (antinfiammatori non steroidei) e condroprotettori.


    Articolo a cura dello Staff della Clinica Veterinaria Borgarello
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  • Ipoadrenocorticismo o Morbo di Addison nel Cane

    Ipoadrenocorticismo o Morbo di Addison nel Cane

    L’ipoadrenocorticismo, o Malattia di Addison, del cane e del gatto è una malattia endocrina causata dal malfunzionamento delle ghiandole surrenali.

    Le ghiandole surrenali sono due piccole strutture poste in prossimità dei reni. Esse si compongono di una porzione più interna, detta midollare, che secerne catecolamine, e di una più esterna, detta corticale, a sua volta suddivisa in tre strati che procedendo dall’esterno verso l’interno sono la zona glomerulosa, responsabile della produzione di mineralcorticoidi (aldosterone), la zona fascicolata, deputata alla sintesi di glucocorticoidi (cortisolo) e la zona reticolare, nella quale vengono prodotti androgeni.

    L’ipoadrenocorticismo è una sindrome conseguente ad un’insufficiente produzione di glucocorticoidi e/o mineralcorticoidi da parte della sostanza corticale delle ghiandole surrenali. Gli ormoni prodotti dalle ghiandole surrenali sono essenziali per la regolazione di molte funzioni corporee come il metabolismo, la pressione sanguigna, l’idratazione e la risposta agli stress.

    I glucocorticoidi svolgono un ruolo di vitale importanza perché contrastano gli effetti dello stress, agiscono sui vasi sanguigni e garantiscono una corretta funzionalità e integrità della mucosa gastrointestinale. La carenza di questi ormoni comporta quindi una maggiore sensibilità allo stress, l’incapacità a mantenere il tono vasale, ipoglicemia e debolezza muscolare, sintomi gastroenterici quali riduzione dell’assunzione di cibo fino alla completa anoressia, vomito e diarrea.

    La perdita di secrezione dell’aldosterone conduce ad una mancanza di ritenzione renale di sodio e cloro e di escrezione di potassio, con il conseguente sviluppo di carenza di sodio e di cloro ed aumento della concentrazione di potassio.

    Le carenze ormonali causate dal Morbo di Addison provocano riduzione della pressione, della perfusione di organi vitali come i reni ed alterazioni nella funzione cardiaca.

    Nella maggior parte dei casi l’ipoadrenocorticismo è causato da una distruzione di entrambe le ghiandole surrenali conseguente ad un meccanismo autoimmune, cioè un’alterazione nella risposta del sistema immunitario dell’organismo, e si rende clinicamente manifesta solo quando è interessato più del 90% della corteccia surrenalica.

    Altre possibili cause del Morbo di Addison sono l’eccessiva somministrazione di farmaci utilizzati per il trattamento del Morbo di Cushing (la situazione opposta, vale a dire l’eccessiva produzione di cortisolo da parte delle ghiandole surrenali), e la presenza di tumori dell’ipofisi.

    L’ipoadrenocorticismo è un disturbo tipico dei cani giovani o di mezza età, ed è stata individuata una predisposizione per il sesso femminile (circa del 70%) e una probabilità tre volte maggiore per i soggetti sterilizzati, sia maschi sia femmine, rispetto ai soggetti interi di contrarre la malattia.

    Le razze più frequentemente colpite sono Cane d’acqua Portoghese, Barbone, Leonberger, Alano, Bearded Collie, Rottweiler e West Highland White Terrier.

    addison-cane

    Diagnosticare la Malattia di Addison non è semplice per diversi motivi: è relativamente poco frequente, i sintomi spesso sono poco chiari e simili a molte altre malattie e compaiono in tempi diversi.

    I segni clinici generalmente si presentano in modo graduale, con andamento “altalenante” e sono assolutamente aspecifici. Le caratteristiche che devono mettere in allerta il Medico Veterinario stati di malessere o sintomi gastroenterici episodici ma ricorrenti (letargia, vomito, diarrea e/o disidratazione) che rispondono a semplici terapie di supporto (fluidoterapia, riposo e somministrazione di corticosteroidi). I sintomi più frequentemente riferiti dai proprietari di cani affetti da insufficienza surrenalica sono quelli secondari alla carenza di ormoni glucocorticoidi: anoressia/disoressia, vomito, letargia/depressione, debolezza/astenia, dimagramento, diarrea e tremori, più raramente anche aumento della sete e della produzione di urine e dolore addominale

    Nelle fasi iniziali può manifestarsi una sindrome da carenza parziale, caratterizzata da sintomi che si manifestano solo nei periodi di stress quali viaggi, interventi chirugici, ma quando la carenza di sodio e l’eccesso di potassio diventano gravi l’animale può manifestare una crisi addisoniana, un’emergenza medica che richiede l’immediato ricovero in terapia intensiva.

    L’ipoadrenocorticismo si può sospettare in base all’anamnesi, ai reperti dell’esame fisico e degli esami del sangue e delle urine. Per confermare la diagnosi è necessario effettuare il test di stimolazione con ACTH, un esame che prevede la misurazione della concentrazione del cortisolo nel sangue prima e dopo la somministrazione di un farmaco per via intramuscolare o endovenosa.

    Una volta che la diagnosi di malattia di Addison sia confermata , la soluzione è semplice e consiste nel somministrare all’animale gli ormoni non più prodotti  dalle ghiandole surrenali danneggiate. La prognosi in cani e gatti con insufficienza surrenalica di solito è eccellente, ed in seguito alla terapia si noterà un netto miglioramento dello stato di salute del cane che potrà condurre una vita normale e attiva. Non curare la malattia di Addison è molto rischioso per la vita stessa del cane.

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